1 Apr, 2026
Nucleare, la partita industriale che l’Italia gioca senza reattori
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Spostare l’attenzione dalla singola infrastruttura al sistema di competenze consente di leggere il nucleare in una prospettiva meno ideologica e più industriale. In questa ottica, il nucleare assomiglia sempre meno a una scelta binaria e sempre più a una infrastruttura tecnologica complessa, fatta di imprese, ricerca, standard e catene del valore integrate a livello internazionale. Una filiera industriale in cui l’Italia è attiva – più di quanto comunemente si immagini – e mantiene un posizionamento competitivo

Negli ultimi anni il nucleare è tornato stabilmente al centro del dibattito europeo. Le ragioni sono in larga parte strutturali: ridurre le emissioni climalteranti, contenere la volatilità dei prezzi dell’energia e diminuire la dipendenza dalle importazioni di gas. Dopo la crisi energetica del 2021 e l’invasione russa dell’Ucraina, il tema non riguarda più soltanto il mix elettrico, ma tocca direttamente la sicurezza economica e industriale del continente. In questo contesto, la domanda che domina il dibattito pubblico è spesso la stessa: “costruire o no nuove centrali?”. È una questione legittima, ma non esaurisce il quadro.

Il nucleare non è infatti solo una tecnologia per produrre elettricità. È una filiera industriale complessa, che comprende materiali speciali, meccanica avanzata, elettronica, criogenia, sensoristica, software, ingegneria e ricerca scientifica. È soprattutto in questa filiera che oggi si gioca la partita industriale più rilevante, ed è qui che l’Italia risulta più presente di quanto comunemente si immagini, nonostante l’assenza di centrali operative dal 1990. Parlare di filiera significa considerare un insieme di attività che van ben oltre il reattore in sé. Ogni impianto nucleare incorpora migliaia di componenti progettati, testati e certificati secondo standard estremamente stringenti, con cicli di produzione lunghi e un’elevata integrazione tra progettazione e manifattura. In questo contesto, il valore economico non si concentra solo nella fase finale dell’impianto, ma si distribuisce lungo tutta la catena di fornitura e premia chi è in grado di garantire affidabilità, tracciabilità e continuità nel tempo.

Una filiera ad alta complessità tecnica

Secondo una ricerca di TEHA Group basata su dati Istat, Aida e fonti internazionali, in Italia operano circa 70 imprese attive nel settore nucleare, con un “valore esteso” stimato in 4,1 miliardi di euro e oltre 13.500 addetti considerando occupazione diretta e indiretta (TEHA Group, 2024). Nelle attività più specializzate, direttamente legate alla progettazione, costruzione e manutenzione degli impianti, l’export ha superato i 530 milioni di euro, registrando una crescita del +106% tra il 2018 e il 2022 (Nuclear Trade Atlas; UN Comtrade, 2023). Il concetto di “valore esteso” consente di cogliere meglio l’impatto reale del settore, includendo anche l’indotto tecnologico e dei servizi.

Si tratta di numeri che sorprendono se letti alla luce dell’assenza di produzione nucleare nazionale. La spiegazione è tuttavia industriale più che politica. L’Italia mantiene un posizionamento competitivo in segmenti ad alta complessità tecnica, dove contano precisione manifatturiera, qualità dei processi e competenze accumulate nel tempo. Grandi componenti meccanici, saldature speciali, serbatoi a pressione, magneti superconduttori, sistemi criogenici, sensori e turbine sono elementi centrali nei reattori nucleari e coincidono con ambiti di eccellenza storica dell’industria italiana. In questi ambiti, il requisito chiave non è la capacità produttiva in senso quantitativo, ma la conformità a standard di sicurezza e qualità che richiedono anni di qualificazione. Le barriere all’ingresso sono elevate e favoriscono la permanenza di fornitori consolidati, rendendo il posizionamento industriale relativamente stabile nel tempo. È uno dei motivi per cui le imprese che riescono a entrare nella filiera nucleare tendono a rimanervi anche in assenza di un mercato domestico.

Non è un caso che imprese come Walter Tosto, Mangiarotti–Westinghouse, ASG Superconductors, Simic, Tectubi Raccordi o Ansaldo Nucleare esportino componentistica e servizi in Europa, Asia e Medio Oriente. Questa integrazione nelle catene globali del valore emerge con particolare chiarezza nei grandi programmi internazionali di ricerca. 

Un sistema scientifico e formativo di eccellenza

Nel progetto ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), dedicato allo sviluppo della fusione nucleare, l’Italia partecipa sia come fornitore industriale di magneti toroidali, componenti meccanici e sistemi criogenici, sia attraverso il contributo scientifico di INFN, ENEA e delle università coinvolte (ITER Organization, 2024). La presenza italiana in ITER non ha solo una valenza scientifica, ma rappresenta anche un banco di prova industriale e contribuisce a mantenere competenze industriali trasferibili e competitive su scala globale. 

La dimensione industriale si intreccia con quella formativa e scientifica. Nonostante il ridimensionamento del settore a livello nazionale, l’Italia conserva un sistema universitario e post-universitario in grado di formare profili altamente specializzati. Il tasso di occupazione a un anno dalla laurea magistrale in ingegneria nucleare è prossimo al 100% nei principali atenei (Almalaurea, 2023), segno di una domanda che supera ampiamente l’offerta. La comunità scientifica italiana è inoltre tra le più attive nei programmi europei EURATOM ed EUROfusion, contribuendo in modo significativo alla ricerca su fissione avanzata e fusione, secondo i dati della Commissione Europea.

Accanto alla progettazione e alla costruzione, esiste poi un segmento spesso meno visibile nel dibattito pubblico: il decommissioning e la gestione dei rifiuti. Si tratta di attività ad alta intensità tecnologica, che richiedono competenze in ingegneria, robotica, modellazione digitale e sicurezza radiologica.

Secondo la Commissione Europea e l’OECD Nuclear Energy Agency, il valore complessivo delle attività di smantellamento degli impianti nucleari e di gestione dei rifiuti in Europa supera i 500 miliardi di euro da qui al 2050, configurandosi come un mercato industriale di lungo periodo (European Commission; OECD NEA, 2022–2023). In questo ambito, l’esperienza maturata in Italia dopo la chiusura delle centrali rappresenta un asset industriale esportabile.

Il nucleare è un’infrastruttura tecnologica complessa

Naturalmente, non tutti i segmenti della filiera sono presidiati in modo omogeneo. Il principale punto di vulnerabilità, per l’Italia e per l’Europa, resta quello del combustibile nucleare. L’uranio è disponibile in diversi Paesi, ma le fasi di arricchimento e fabbricazione del combustibile sono concentrate in pochi operatori. La Federazione Russa mantiene una posizione dominante, in particolare nei combustibili avanzati come l’HALEU, destinati ai reattori di nuova generazione, come evidenziato dall’International Atomic Energy Agency e dalla World Nuclear Association (2024). Anche per questo l’Unione Europea ha avviato programmi specifici, come l’APIS, con l’obiettivo di costruire una filiera alternativa e ridurre le dipendenze strategiche.

Creazione di valore e prospettive industriali: il ruolo degli SMR

Un elemento chiave del nucleare contemporaneo è che la creazione di valore economico non richiede necessariamente la presenza di centrali sul territorio nazionale. La filiera è globale e funziona come altre filiere tecnologicamente avanzate: chi dispone di competenze distintive, capacità produttive e affidabilità industriale intercetta commesse, investimenti e occupazione qualificata. In questo senso, l’Italia si colloca in una posizione simile a quella di altri Paesi europei privi di reattori, come Danimarca o Norvegia, attivi nei segmenti del software, della componentistica e della ricerca.

Questo quadro potrebbe rafforzarsi ulteriormente nei prossimi anni con lo sviluppo dei reattori modulari di piccola taglia (SMR). I programmi in corso negli Stati Uniti, in Canada, in Francia, nel Regno Unito e in Asia puntano su soluzioni che richiedono una filiera industriale flessibile, competenze in meccanica di precisione, automazione e materiali avanzati. È un terreno su cui l’industria italiana opera da decenni e che rappresenta, più che una scelta energetica in senso stretto, una potenziale leva di politica industriale.

Oltre il dibattito sulle centrali: valorizzare la filiera

Anche se il dibattito su “se costruire o meno nuove centrali” continuerà probabilmente a rimanere centrale e divisivo, quello su come valorizzare una filiera industriale già esistente appare invece più concreto e immediato. Spostare l’attenzione dalla singola infrastruttura al sistema di competenze che la rende possibile consente di leggere il nucleare in una prospettiva meno ideologica e più industriale. In questa ottica, il nucleare assomiglia sempre meno a una scelta binaria e sempre più a una infrastruttura tecnologica complessa, fatta di imprese, ricerca, standard e catene del valore integrate a livello internazionale.

La sua rilevanza non si misura solo in terawattora prodotti, ma nella capacità di sostenere nel tempo competenze avanzate, attività di ricerca e un tessuto industriale ad alta specializzazione. È su questo piano che si gioca oggi una parte significativa della competizione globale. E su questo stesso piano l’Italia, pur senza reattori attivi sul proprio territorio, è già posizionata in modo stabile e competitivo, anche se meno visibile di quanto il dibattito pubblico lasci intendere.

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